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Attraversare P.P.P. Poesia, politica e ironia in Tutto il mio folle amore di Astorritintinelli
by Laura Gemini

Non è così frequente che la Compagnia Astorritintinelli capiti dalle nostre parti ma evidentemente quest’anno – per qualche fortunata alchimia – fa eccezione. Li abbiamo visti al Teatro Rosaspina di Montescudo con Titanic Circus, al Teatro delle Moline di Bologna con Tutto il mio folle amore. Omaggio a P.P. Pasolini e saranno al Centro Sociale Poggio Torriana il 22 marzo con Mac e Beth.

Il teatro di poesia di Astorri e Tintinelli – di cui parlo più diffusamente sul prossimo numero di D’Ars – va collocato negli strascichi del Novecento con i suoi miti e le sue cadute – oggetto specifico del Titanic Circus – e che ritroviamo nel montaggio per frammenti – di parole, pensieri, immagini, situazioni – dedicato a Pasolini. Ed è proprio attraverso Pasolini che il teatro politico e anti borghese di Astorri e Tintinelli può parlare la sua speciale lingua poetica. Per loro però l’oggetto politico è l’attore, il suo corpo, simbolo e primo destinatario di quella crisi dell’utopia della modernità che Pasolini ha denunciato.

Lingua poetica che è prima di tutto un’estetica molto precisa che inizia dalla scenografia: sorta di piccolo cantiere e wunderkammer piena di cose e oggetti che il duo utilizza nella struttura a sketch dello spettacolo: una radio scassata, un piccolo megafono, lucine e faretti, una piantina che viene annaffiata, ma anche maschere, parrucche per i loro travestimenti fino alla fondamentale consolle per il mixaggio della musica, altro elemento immancabile per la Compagnia (qui, ad esempio il filo conduttore musicale è Domenico Modugno con Cosa sono le nuvole).

Questa scena viene abitata da subito perché quando il pubblico entra e si sistema loro sono già lì, finiscono di truccarsi, indossano le parrucche da clown, si parlano, ci aspettano.

Sono Fefè e Fofò, due attori sgangherati che raccontano la storia di Accattone davanti allo schermo bianco (che ricorda quelli dei cinemini estivi) perché la proiezione non parte, ci fanno sentire la bella risata della Magnani, oppure passano dietro allo schermo evocando il teatro delle ombre, le origini del cinema, lo spirito del poeta.

Leggono poesie friulane, versi e brani dai testi di Paolini, alternano questi momenti con quelli comici, da cabaret, fino al delicato engagement del pubblico attraverso una surreale partita a calcio (altra passione di Pasolini) dove il pallone quasi-oggetto (avrebbe detto Michel Serres) viene fatto passare fra gli spettatori cementando di fatto la relazione fra gli spettatori e fra gli spettatori e gli attori fino all’esilarante cha cha cha finale.


https://incertezzacreativa.wordpress.com/2015/03/09/attraversare-p-p-p-poesia-politica-e-ironia-in-tutto-il-mio-folle-amore-
di-astorritintinelli


TUTTO IL MIO FOLLE AMORE
s-concerto poetico e non per un profeta popolare:
Pier Paolo Pasolini

di e con A. Astorri e P. Tintinelli



“Tutto il mio folle amore” si apre con una morte, forse quella del poeta,

ma anche quella di un mondo che ha sofferto sulla propria carne la degradazione e il deserto cresciuto intorno.

Un deserto voluto da una classe dominante che ha creato una nuova forma di potere e quindi una nuova forma di cultura,

quel potere dei consumi che ha ricreato e deformato la coscienza del popolo italiano fino ad una irreversibile degradazione.

“L’anima del popolo italiano” scrive Pasolini negli scritti corsari, “non solo l’ ha scalfita, ma l’ ha lacerata, violata, bruttata per sempre..”

E forse si può rintracciare il senso di questo nostro lavoro, che è sempre un lavoro aperto, a partire dai nostri due corpi di attori, ora inquieti ora smarriti, ora teneri ora furibondi, due corpi-voci per dar vita allo sguardo sul mondo del profeta Pasolini, che prima di tutto è sguardo e poi si articola in un discorso complesso.

In scena la compresenza di paesaggi diversi, tre alberelli lampioni a formare una specie di piazza di città o di paese, uno schermo bianco,

come un cinemino di quelli all’aperto d’estate, un manichino muto sotto un albero rinsecchito e malato a rappresentare il vecchio mondo rurale e contadino,

poi ancora una radio sovversiva per scuotere il popolo e infine l’ombra del poeta, sagoma nera senza possibilità di resurrezione

che appare e dialoga con quello che avviene nella piazza.

Liberamente da un paesaggio all’altro i due corpi-voci danno vita ad uno sconcerto che mostra i conflitti di un tempo ma anche il suo insaziato bisogno di felicità.

Si delinea così, attraverso le figure di due comici, Fefè e Fofò, ingaggiati appunto a fare uno spettacolo sul poeta, la parabola di Pasolini, dalla poesia friulana,

i cui versi vengono letti in scena, come lingua sacra degli esclusi, fino agli ultimi scritti di denuncia sociale e politica.

Nella fase iniziale questo lavoro ha avuto in scena un vero grande poeta contemporaneo friulano Federico Tavan morto poi nel 2013.

 
Nello spettacolo ha lasciato la sua scrittura, la sua forza e soprattutto la sua ironia. Grazie Federico.