LUNEDÌ 5 DICEMBRE 2011
Valeria Ottolenghi

UN "MACBETH" DIVISO PER DUE:
GROTTESCO, UN PO' FOLLE
E CABARETTISTICO


Mac esce dalla scena recitando,
mentre attraversa la platea e si allontana oltre il pubblico,
una delle più note battute del «Macbeth» shakespeariano, «domani e domani, e domani...».
Beth spegne allora le luci di quello strano locale notturno,
il Club Series: un’altra serata conclusa,
avrebbero ripreso il giorno dopo...
Riproponendo ancora l’assassinio di Doncano, re della Mirabolica?
Il teatro è spazio della replica, della ripetizione,
e nulla può essere risolutivo per sempre?
Alla Mirabolica Mac lavora con fatica,
costretto ad accettare ruoli umilianti,
fare la Mummia per esempio: e il suo ingresso in scena era avvenuto proprio così, il volto coperto di bende...
Grottesco, ilare, un po' folle, cabarettistico
«Mac & Beth» della Compagnia Astorritintinelli,
protagonisti Alberto Astorri e Paola Tintinelli,
finalista al Premio Scenario per Ustica 2009,
visto al Teatro del Cerchio: la scena è occupata da più oggetti, in una sorta di strano disordine teatrale, valigie e specchi, uccelli impagliati e microfoni, una bacinella d’acqua e riflettori...
Cambia diverse parrucche Beth, che
evoca anche la figura di Lady Macbeth
quando, lettera in mano, stimola Mac ad
agire, essere uomo, uccidere Doncano.
Molte le occasioni per ridere, mentre acquista
comunque densità, una sua verità di
sofferenza nel gioco del teatro nel teatro moltiplicato,

il dolore di chi alla fine ha compiuto l’atto, rosso di sangue anche il volto.
«Dammi un figlio», chiede più volte Mac a Beth.
Diversamente avrebbe ucciso per nulla, il potere (sul Mirabolica!), conquistato così violentemente, destinato ad altri discendenti,
al figlio di Banquo per esempio... «Sono in menopausa», dirà poi Beth, con apparente noncuranza.
Mac parla spesso come un banditore in piazza,
presentatore di circo, raccontando desolate,
malinconiche freddure, frammenti di poesie,
presentando Beth come artista, poveri
guitti di varietà che cercano di tener viva
l’attenzione dl pubblico. Con una «psicocosmica nottata».
Ogni cosa solo un’illusione.
Suona la campana ad evocare il clima
buio, angoscioso dell’assassinio. «A che
punto siamo della notte?». Ma a che servono
le citazioni shakespeariane, si domanda
Mac, che preferirebbe trovare un dottore
(forse qualcuno tra il pubblico?) capace di
liberargli «il petto dalla materia dentro il cuore».
Una vera girandola teatrale: colmi d’entusiasmo gli applausi.!

MAC E BETH
da William Shakespeare
TESTO E REGIA: Alberto Astorri e Paola Tintinelli
CON: Alberto Astorri e Paola Tintinelli
PRODUZIONE: Compagnia Astorritintinelli di Milano

GIUDIZIO: *****

RECENSIONI

FOTO e DISEGNI

Mac e Beth

di e conA. Astorri e P. Tintinelli
Una ri-scrittura del Macbeth di W: Shakespeare
 
Il mito di Macbeth vissuto da due fantomatici attori coniugi.
 

Lui si chiama Mac e lei si chiama Beth.
Desiderano ardentemente.
Si consumano in un vero fallimento.
Nel loro Club Series “sut al punt de l’autostraa”.
Fuori dal mondo.
Tragedia…del teatro.
 
C’è una trama, in questo lavoro più di altri nostri, una storia a cui aggrapparsi in questo teatro del fallimento, in questa fede nel teatro.
Mac e Beth  guitti stanchi di periferia, geniali innovatori di una tradizione,

nel loro Club Series mettono in scena il Macbeth di Shakespeare attraverso una serie di numeri che ricorda il varietà.
Insieme gestiscono un club, tanto fantomatico quanto accessibile al mondo che vuole divertirsi ascoltando parole fatte d’aria, inni nazionali e marcette di periferia, musica lirica e rock del passato, barzellette raccontate male, improperi, insulti e guittate di bassa lega.
Mac lavora per Doncano, il patrono di tutti i club, proprietario del Gobetti, il club più in voga.

Da qui parte l’ambizione di Mac, l'ambizione di Macbeth, che poi alla fine è una storia di Clan come ha meravigliosamente raccontato Kurosawa  nel suo Trono di Sangue.
E' Beth a creare Mac,  dando vita a questo ambiente improprio,

fatto di luci, lucine, lampi, cellule fotoelettriche, suoni di temporali e di battaglie

che tanto ricordano e citano i film di Sergio Leone ed emozionano fino alla commozione e alla pietà.

Ed è questo l’ambiente creato: l’ambiente della loro privacy condivisa

che non dichiara alcun serio intento di mettere in scena la catastrofe del mondo,

ma al contrario la vive questa catastrofe nella privacy stessa.

da Pickwick


Giovedì, 04 Dicembre 2014

Mac, Beth, e la tragedia dell’attore

Scritto da  Michele Di Donato
 
Sembra molto pop, questa rilettura di Macbeth, a cominciare dalla scena, che è accatasto pletorico di ciarpame da night club demodé; sembra molto pop, ma è solo un’impressione d’abbrivio, propria di chi si può lasciar fuorviare dalla scissione del titolo: Macbeth e Lady Macbeth scissi in Mac e Beth, ovvero due essenze fuse in una vita in comune – quella di coppia – ad incarnare la diramazione di una sorta di dualità junghiana dell’animo umano: Mac la forza, Beth l’anima; Mac il braccio, Beth la mente, che instilla in lui il germe della rivolta, della ribellione, contro il legittimo re di Scozia, o contro il legittimo padrone del teatro Gobetti, poco cambia.

Shakespeare è (anche) teatro nel teatro, e il gioco di cornici concentriche del metateatro scespiriano ben s’attaglia al dramma d’occasione, che traspone nel lugubre sottobosco di un teatraccio di periferia le cupe atmosfere del regno di Scozia. Sembra pop, questa messinscena, perché Macbeth è un’idea, spunto di partenza, su cui s’innerva drammaturgia originale, che dal Macbeth desume spirito di fondo e brandelli di testo per farne opera piena e autonoma; omaggio al Bardo che il Bardo ringrazia ma che dal Bardo s’allontana, con deferente inchino per reggersi salda sulle proprie gambe. Mac e Beth sembra pop, e forse lo è pure, ma è anche e soprattutto altro: è un piccolo gioiello teatrale, immerso nel tempo presente ma al contempo saldamente ancorato alle proprie solide basi di conoscenza teatrale. Coniuga Shakespeare col western, con gli AC/DC, col Macbeth verdiano, senza che ciò dia mai l’impressione della forzatura o del riferimento fuori luogo; forse perché è prima di tutto uscendo fuori dal testo di Shakespeare che s’imposta la drammaturgia, facendone impianto originale, da cui promana sì conoscenza approfondita e rilettura attenta del testo di partenza, ma che poi dal testo di distacca imboccando la strada che dalla semplice rivisitazione devia decisa alla totale rielaborazione.
Così, il regno di Scozia, col suo cupo clima da tregenda che l’avvolge tra l’ululare del vento e l’apparire di streghe, si trasforma nel tristanzuolo palcoscenico di un night club di provincia, fumoso e scalcinato, in cui risuonano inni e marcette; così, la tragedia del generale Macbeth, in cui s’inocula il germe della bramosia di potere, diventa la tragica epopea dell’attore Mac, animato dal desiderio di legittimazione della propria arte, costretto suo malgrado a far la parte della mummia in scena al teatro Gobetti, sotto la guida proterva di un regista di nome Duncano.
Va in scena la tragedia dell’attore, incastonata nello scenario tragico del Club Series, localaccio di quart’ordine illuminato da fari stroboscopici, lampade a specchio, luci al neon e led intermittenti che ne compongono il nome senza riuscire nemmeno a renderlo del tutto leggibile.

Su questo palco che s’appropria dell’assito, Mac è la “star”, Beth – alla consolle, ovvero al posto di comando – ne è la regista, l’artefice in scena, colei che dirige l’azione, titillando l’ego attoriale di una frustrazione relegata a comparsa: Mac si sente il “re del Gobetti”, ma la legittimità della sua grandezza è tarpata dalla protervia di un regista/sovrano di nome Duncano.
Ad andare in scena è la vita dei teatranti, abbarbicati alla propria arte, anche quando questa è povera (di mezzi e di idee: barzellette che non fanno ridere, umorismo demenziale, pantomime da guitto, questo è quello che va in scena al Club Series, questo è quello che viene offerto in visione). Beth dirige, Mac esegue, così come Macbeth esegue i disegni di Lady Macbeth assecondandone le mene. Beth alla consolle accompagna lo spettacolo di un attore, consapevole di non essere “mica Al Pacino” (in verità a noi ricorda alla lontana nel sembiante Matti Pellonpää, l’attore feticcio di Aki Kaurismaki). Ma che, andando in scena ogni sera nel proprio piccolo night, dopo la recita da attore “vero”, seppur come semplice figurante, combatte la propria battaglia per la sopravvivenza – sua e della sua arte – lottando come una sorta di Don Chisciotte contro un nemico invisibile, che solo per semplificazione viene identificato in Duncano. L’epos della battaglia che Mac combatte sulla scena ha il suono della resa dei conti de Il buono, il brutto, il cattivo: inforcando una lorica manica in spalla, brandendo una lancia, dimenandosi come un ossesso, Mac combatte con furia selvaggia sulle note di Morricone, sfinendosi, rotolandosi in terra, sfiancandosi, consumandosi come si consuma l'attore sulla scena.
Lotta contro i mulini a vento della vita d’attore, per il quale il procedere del tempo corrisponde alla completa rovina, la fatica di Mac (ed anche di Beth, che lega a lui il proprio destino), è un continuo riferimento alla pratica di scena, all’azione teatrale: il loro recital s’infarcisce di rimandi e richiami alla recita dichiarata, alla realtà manifesta e scoperta della performance: “Tocca a te, Beth”, “Dammi le luci”, “Dammi le battute”, “Beth, non improvvisare, stai nel copione”, “Dammi l’occhio di bue”; pratica fasulla, quella dell’attore, tanto più manifesta, quanto più comunicata direttamente al pubblico, cui si svela in sovrappiù ciò che già è palese: “Signori, tutto è illusione”, dice Mac rivolto alla platea, con cui interloquisce più volte, rimarcando l’hic et nunc della rappresentazione.  O ancora: “Ma io cito”, oppure la stessa Beth, che rimarcando la metateatralità della finzione esorta Mac dicendogli: “Fammi sentire il Bardo che c’è in te”.
Ed è nel procedere nevrotico di uno squallido cabaret d’avanspettacolo, in cui si susseguono battute demenziali e freddure algide, che nasce l’idea, in Beth, di ammazzare Duncano, progetto audace che mira a liberare Mac dalle pastoie in cui un regista protervo segrega la sua arte, e significativamente, nella ribalta del piccolo cabaret scalcinato, Mac esegue un numero in cui spezza catene invisibili che invisibilmente ne costringono gambe e braccia; Mac le spezza come mai aveva fatto prima, il che lo porta ad asserire: “Beth! È la nostra notte!”. Gli AC/DC sono la colonna sonora di quest’omicidio progettato e che sulla scena Mac interpreta come una rock star, col fiato grosso della propria nevrosi; con la morte di Duncano Mac rende corona il copricapo che gli cingeva il capo, suo ormai il posto di “re del Gobetti”, suo l’intento fittizio e fasullo di voler scoprire i colpevoli, suo il finalmente coronato desiderio di essere il “primo gallo” della scena, una volta eliminato il principale ostacolo (e sulla scena, dall’inizio alla fine, compaiono galli impagliati), sua finalmente la possibilità di pavoneggiarsi senza qualcuno a cui dover rendere conto, presenziando in scena nel silenzioso ruolo di mummia, mortificazione del proprio talento confinato in muto bendaggio (e sul tavolino in scena, in una brocca, compaiono piume di pavone).
Ma il gallo è sfiatato, sfiancato, la sua tragedia d’attore non si è risolta, ci sarebbe ancora da risolvere la questione di Banquo e Fleance (del quale non si riesce mai a capire come vada pronunciato il nome), che andrebbero eliminati per completare l’opera. Ancora la teatralità della scena. “Come fai? Il mio trucco è sempre sfatto, il tuo è sempre su”, a rimarcare come e quanto Beth più che Mac sappia reggere la scena, sappia recitare la commedia, sappia affrontare la tragedia, rimanendo uguale a se stessa: perché, come Lady Macbeth è la vera anima del complotto che sobilla la bramosia del consorte, così Beth è la regista in scena del personaggio di Mac, colei che nell’ombra ne muove le fila, mentre Mac, il generale scespiriano, o l’attore che ne ripropone trasfigurazione, è un burattino consapevole a metà, debole, fragile, bisognoso di legittimazione – nel regno di Scozia o sul palcoscenico – di una legittimazione che viene fuori scena ad elemosinare dal pubblico, altrimenti “Citazioni scespiriane, a che cazzo servite?”.
Fragile e sfiatato, debole e fiaccato, Mac vede sfumare il proprio destino nell’apparenza dei sogni, proprio mentre si consuma il dramma dell’irriproducibilità di sé (oltre che della sua arte) nella confessione di Beth di essere in menopausa e quindi impossibilitata a dargli discendenza, mentre sulla scena s’irradia l’aria Mia fatal progenie del Macbeth verdiano.
Vita, e sogno, intersezioni possibili, scena e mondo, intersezioni plausibili; Mac e Beth conducono a conclusione il proprio recital in uno scalcinato e fumoso teatraccio di provincia rischiarati dal fioco lume della consapevolezza dell’inanità del loro agire, consci di essere avvolti nelle brume della finzione: “Ma che stiamo facendo?”, si chiedono…
Duncano non è morto, tutto è apparenza, tutto è sogno, nel solco della più pura deferenza al Bardo: desideri morenti, appetiti non saziati, uno squallido cabaret di terz’ordine, si ritorna alla realtà: Beth, dopo aver sfoggiato parrucche dai tanti colori, ri-indossa la chioma con cui aveva fatto ingresso in scena, il tran tran riprende, uguale e penoso, scandito da un’ultima malinconica chiosa canora: Indifferentemente.
Si riaccendono, freddi, i neon, si spegne la scena. Come aver sognato… Per Mac, per Beth, per noi… Il sogno di una notte in mezzo alla scena; scena in cui della vita d’attori si offre manifesto. Shakespeare uno sceneggiatore lontano, un padre antico cui si rende tributo; a chi, partendo da Shakespeare ne ha seguito l’impulso – Alberto Astorri e Paola Tintinelli – ed ha saputo raccontare in scena il fallimento cui s’immola l’attore, il plauso convinto di chi, quel fallimento in scena ha visto rappresentato, e attraverso la scena, scongiurato.