L'origine e il motore ispiratore di questo nuovo lavoro è stata l'opera poetica di Charles Baudelaire, n particolare “i fiori del male” (opera censurata e che ha subito un processo) e “il mio cuore messo a nudo” (prose che comprendono gli ultimi scritti e il diario dal Belgio). Il filo invisibile che ci ha guidato è stato il tema della censura (tema voluto dall'edizione di Biennale teatro 2020 dove questo lavoro ha debuttato in prima nazionale)
Eh Eh Eh Raccapriccio è una scrittura di scena originale a partire dai meravigliosi versi di Baudelaire ed è diviso in tre quadri.
Il primo quadro è ‘La verità’ (il non-nascondimento), il secondo è ‘L’allucinazione’ (il perdere la coscienza),

il terzo è ‘Il delirio’ (convincimento errato incorreggibile).
Nel primo si racconta la storia di due attori in una recita. Una recita voluta da un paese inghiottito da un’oscurità perenne.

I  due attori, un uomo e una donna, interpretano due pennuti considerati sacri che durante una notte di tempesta hanno depositato, prima di morire inghiottiti dalle acque, un uovo gigante poi portato dagli uomini in un tempio e venerato come un dio nella speranza che il nuovo nascituro liberi il paese dalle tenebre. Ma la recita non dice le cose come sono accadute.
Pare che nella disperazione e nella follia gli uomini abbiano prima deriso e poi ucciso i due pennuti, come nell'albatros di Baudelaire.
Uno dei due attori (l’uomo, Paola Tintinelli) vuole dire la verità e la vuole dire proprio durante la recita.
L'altro (una donna, Alberto Astorri) per non compromettersi vorrebbe che questa menzogna continuasse e nel momento cruciale della scena della tempesta, dopo una serie di disavventure legate ad un cortocircuito che fa chiudere e riaprire diverse volte il sipario e costringe i due attori ad iniziare ogni volta la recita, censura il collega.
Nel secondo quadro il sipario si apre definitivamente mostrandoci nella sua profondità un piccolo palchetto, simile ad un altare pagano dove è stato posto l'uovo  e quel che rimane dei due pennuti vale a dire i loro teschi. Sembra esserci un salto nel tempo, ora i due attori sono i custodi di questo sacro graal.
Li ritroviamo in un ribaltamento di ruolo.
L'uomo dapprima dissacrante e ostinatamente votato alla verità è diventato ossequioso veneratore del dio uovo e attraverso la preghiera e la meditazione spera nella liberazione portata dal nuovo messia.

Una liberazione dalle tenebre, ma anche dai rimorsi e dalla tristezza in cui sente sprofondare l'esistenza.
La donna, invece, pare aver subito un processo di demolizione di se stessa.
Incredula e disillusa su tutto non crede alla sacralità di quell'uovo né tantomeno che da quell'uovo possa nascere un futuro pennuto messia liberatore.
Dedicatasi alle droghe, in particolare all'oppio che fuma da uno dei due teschi di pennuto, rimpiange la propria esistenza. Rivuole un passato dove l'eros era presente e priva di fede manifesta, senza censure, un sentimento di nausea e vomito per un paese d'obbedienza e di servilismo in cui è costretta a vivere.
I due si confrontano in questa attesa messianica attraverso i versi di Baudelaire come due scheletri, due carcasse che marciscono in modi diversi fuoriuscendo il verme di loro stessi. L'oppio invade la scena e i suoi effetti prendono il sopravvento sul senso del reale. Le allucinazioni, come se venissero da laghi morti nella profondità della vita dei due attori prendono corpo facendo perdere il controllo e la volontà di dominio. Tra infanzie rubate e
desideri di purezza i due attori precipitano sempre più in una solitudine. L'uno persegue nel suono della meditazione il suo ascetismo, l'altra identificandosi da morta coi morti discute con il teschio del pennuto su mondi possibili e finitezza della vita fino a spingersi nella disperazione a soffiare sulla lampada (l'uovo) e togliere quell'unica speranza rimasta.
L'uovo viene preso dalla donna, innalzato come un totem e gettato a terra in mille pezzi. L'uovo si rivela vuoto, la tristezza sprofonda nessuno libera da niente nemmeno da se stessi.
O forse una via d'uscita per continuare la recita c'è (che poi è la recita della vita…),  è quella di identificarsi con quello che ci ha tenuto in vita, come in questo caso per uno dei due attori sostituirsi al nuovo cristo.
L'uomo suona una campana a festa annunciando la nascita del salvatore, cioè di se stesso, come in una profezia niciana sul destino dell'occidente.
Nel terzo quadro l’uomo, indossando il teschio del pennuto, ne ha come una metamorfosi, un cambio di pelle di vipera, in un crescente delirio di onnipotenza annuncia l'era della grande luce dopo aver messo a tacere il collega sacrilego che viene bruciato sull'altare.
E improvvisamente tutto quel tempo vita si fonde nella battuta finale sulla verità impossibile a dirsi, per noi umani, mangiati dal sipario di una recita che sembra non avere mai fine (l’autocensura).

fotografie di Gabriele Lopez

debutto Teatro Godoni - Biennale di Venezia il 16 settembre 2020

foto locandina Erika Bison    -    grafica Flavio Pirini