RECENSIONI

PANE ACQUA CULTURE

4 aprile 2019


Quanta Contraddizione! Il marzo pazzo dell’underground milanese, dai “controllori” a Duu mort in pe

RENZO FRANCABANDERA


L’inizio del mese di marzo non era stato certo di quelli tranquilli, con il teatro coinvolto in controlli dai modi piuttosto polizieschi, che a dire il vero hanno riguardato moltissime realtà del sottobosco culturale del capoluogo lombardo. Per un luogo a suo modo votato a una pratica rigorosa ma concettualmente anarchica, è comprensibile che le tessere, il tutto in ordine con timbri, domende, certificati, è un po’ quasi un controsenso per il Teatro della Contraddizione. Ma Il Sistema ha delle regole, e così abbiamo con pazienza tutti noi spettatori aficionados, fatto le nostre brave tessere, fatto la fila per trovare la nuova dimensione fruitiva (uguale a quella di prima nella amata sala sul cui parquet si balla con Balerhaus, per dire) a cui dovremo evidentemente adattarci nel futuro.
E poi il bicchiere di vino. Ovvio.

Queste vicissitudini non hanno, comunque, smorzato l’entusiasmo del gruppo di artisti che da anni gestisce questo piccolo santuario delle arti performative, diventato punto di incontro e fucina laboratoriale per moltissimi artisti della scena di base milanese e non solo. Tanti sono ad aver mosso qui i primi passi e che ancora mantengono una sorta di fedeltà a questo “grottino dell’anima”, che ha un che di kantoriano, una sua poesia magica che hanno pochi altri teatri in Italia, percepibile appena entri: di fatto uno dei veri imperdibili luoghi del teatro a Milano.


Fra gli artisti in un certo qual modo fedeli al TdC, sicuramente vanno annoverati anche Alberto Astorri e Paola Tintinelli, che hanno debuttato di recente con il loro ultimo lavoro, Duu mort in pe, andato in scena alcuni giorni fa in prima nazionale: parliamo di una drammaturgia originale per gran parte in dialetto milanese, ma calibrata su una parola di ampia accessibilità e comprensione; la vicenda invece potrebbe ricordare alcune dinamiche di relazione beckettiane, in cui due individui si trovano in un mondo svuotato di riferimenti e rapporti umani, da cui cercano di fuggire verso un altrove salvifico.

Si tratta di un universo distopico apparentemente diviso in classi sociali, in cui gli artisti sono inevitabilmente alla stregua dei paria. A tratti sembrano due rivoluzionari in fuga, a tratti due reietti senza speranza: artisti, insomma; almeno nel senso profondo del termine, quando ancora questa circostanza in qualche modo si dà.
Quando il pubblico entra in sala, li vede già arrostire e lamentarsi su una sorta di graticola-zattera, illuminata dall’interno e da cui si levano fumi infernali. Due anime arrosto. Gli oggetti scenici frutto del genio assoluto art brut di Paola Tintinelli raccontano una sgangheratezza, un’umanità in cui l’anelito poetico si fa confine con il fragile, in cui non sai se il personaggio protagonista non aveva i soldi per comprare una chitarra normale tanto da doversene costruire una lei, ma quadrata. Simboli.

In questo universo ad un certo punto arrivano degli elicotteri che paiono dare la caccia a questi sparuti resistenti che provano a fuggire all’omologazione e a nascondersi ai fari indagatori stile 1999: fuga da New York (fingendosi spaventapasseri).
Fuggire, almeno in teoria. Lui, in realtà, proverà anche l’ebrezza di vendersi al nemico, ma ottenendo in cambio, come paga, un Rolex patacca. Una amara riflessione su artisti in vendita e su cosa poi realmente si ottenga a vendere l’anima al diavolo.

Lo spettacolo ha volutamente un codice vocale sostenuto, sebbene i due interpreti siano a un paio di metri di distanza l’uno dall’altro, su questa pedana instabile di tre metri per tre. I due sembrano arrabbiarsi più col destino che l’un l’altro. È un po’ uno spettacolo bestemmia, da parte di due zombie che si erano “erroneamente” votati all’arte. Bellissime le luci (ricavate da un ex night dismesso) e la traccia sonora, in parte registrata e in parte eseguita dal vivo da Paola Tintinelli percuotendo la chitarrina quadrata.

Lunghissimi e meritati gli applausi ai due interpreti, tra i protagonisti più conosciuti e sensibili della scena indipendente italiana, un duo che ha regalato pagine di commovente poetica teatrale, in continua evoluzione ma con una tensione scenica che, con le sue angoscianti scarnificazioni della parola e della presenza scenica dell’attore e dell’impianto teatrale, sta a questo decennio come Danio Manfredini sta al decennio (o forse meglio ventennio, sono d’accordo) che lo ha preceduto.


DUU MORT IN PE’
quasi una fantasia

di e con
Alberto Astorri e Paola Tintinelli
testo di Alberto Astorri
suoni  di Paola Tintinelli


Qui c’è un vuoto di palco, un isola nelle tenebre, un mondo lontano, contadino, lombardo.
Recitiamo un testo scritto da noi in una sorta di dialetto milanese impuro e puro allo stesso tempo per brillare ancora qualche sobbalzo di lingua . Per tornare alla ferocia e alla crudezza.
Abbiamo voluto raccontare una storia, quella di Thelma e Luis ai confini della realtà. Un campo, un pezzo di campagna tra Novara e Vercelli.
In un mondo non tanto lontano non ancora completamente estinto recitiamo un teatro lontanissimo dal tempo presente che non si adatta ai grandi mezzi o alle grandi produzioni (non ne abbiamo mai avute) nè ai sofisticati processi di nuovi linguaggi.
Le musiche, o meglio sarebbe dire il mondo sonoro che giunge da fuori come un mostro a più teste è stato creato da Paola Tintinelli con mezzi analogici sperimentando suoni ritmi e vibrazioni da una chincaglieria ostinatamente collezionata da anni.
Abbiam voluto parlare di due poveracci infinocchiati da un futuro che non hanno scelto nè voluto. Di più non possiamo dire perché non amiamo che lo spettatore sappia troppo. Non c’è niente da sapere, nemmeno in una storia come questa, c’è solo da ascoltare un gracchiare di cornacchie, un dialetto che riaffiora come un antica saggezza e due animucce, una mossa più dalla passione e dalla rivolta, l’altro pervaso da  stupori di poesia per una terra straziata irreparabilmente.

Questo lavoro è dedicato a Luca Carabetta.



 Alberto e Paola

“Duu mort in pe”, un’esplosiva “quasi fantasia” d’azione di Astorri-Tintinelli al Teatro della Contraddizione

ALESSANDRO BIZZOTTO

Siamo quelli che si sono sottratti a tenere il passo.

Siamo pezzi d’iceberg che si sono staccati e galleggiano

nelle acque nere della notte. 


Partirei da qui, dall’autodefinizione di Alberto Astorri e Paola Tintinelli, per provare a raccontare il debutto nazionale di “Duu mort in pe”, decimo spettacolo di questa coppia artistica che non finisce mai, per fortuna, di sorprenderci. Il termine “Compagnia cult”, spesso utilizzato per definirli, non è nel loro caso un’esagerazione giornalistica. Attraverso la loro genuina diversità, e una ostinata vocazione all’essere “altro” rispetto a ciò che è possibile vedere nei circuiti tradizionali, Astorri Tintinelli si meritano tutta l’attenzione, che a volte arriva financo alla venerazione, di un pubblico innamorato e sempre desideroso di farsi stupire.

Il loro ultimo “miracolo”, come sempre autoprodotto, racconta la storia di due personaggi (Telma e Luìs), unici superstiti dopo la caduta di un meteorite che ha raso al suolo la Lombardia. La loro è una “quasi fantasia d’azione”: non a caso all’inizio sono fermi, o cercano di esserlo il più possibile, e camuffati da spaventapasseri cercano di sfuggire al misterioso elicottero che perlustra la zona del disastro. Tra rivoluzioni sognate e classisti viaggi interstellari, sono avvolti da una nebbia antica e futura (sarà tutta colpa del meteorite o questa nebbia c’è sempre stata, in Lombardia?) e comunicano in un dialetto milanese vero e falso, puro e impuro, la loro frustrata ribellione. Anzi urlano, sovrastati da suoni distorti di strumenti analogici e gracchiare di uccelli. L’etica è in lotta con la pancia e la prostituzione (intellettuale), è dietro l’angolo. Il passato non è credibile. La geografia nemmeno. Il futuro è falso, falso come un Rolex falso made in China. La tragedia è ridicola e la farsa nasconde il dramma.

L’unica certezza che possiamo avere, nei momenti in cui la notte (del Teatro) ci dovesse sembrare troppo nera, è che a questi due straordinari pezzi d’iceberg che sono Alberto Astorri e Paola Tintinelli potremo sempre aggrapparci. Con estrema gratitudine.

FOTO di Gabriele Lopez

Milano Teatri


“Duu mort in pe”


DANILO CARAVA'

visto il 31 Marzo 2019

Uno spettacolo di Astorri e Tintinelli non è semplicemente uno spettacolo, è un trancio di vita arrostito dai sogni e dalle speranze, scotta sulle mani come una verità esistenziale, sartriana. Nel loro teatro l’esistenza precede l’essenza, la presenza dei corpi degli interpreti, il loro sensorio in fiamme, gli urli, i (s)fatti che accadono , che si disfano sul palcoscenico, scorrono con l’inevitabilità del panta rei. In un paesaggio lombardo graticolato nella simbologia di un’isola di praticabili, di pallet, da cui filtra il fumo e la luce, e su cui grigliare a puntino le parole, in un paesaggio apocalittico dove idealmente Beckett sfoglia divertito il dizionario milanese di Cletto Arrighi, due personaggi, Thelma e Louise, mettono in scena la loro clownerie di resistenza umana, moltiplicano l’urlo munchiano nel quadro di un quinto stato il cui arrivo non risulta pervenuto.

Hanno il merito di esseri allievi fuoricorso di una classe (s)morta dove si insegna il possibile e l’impossibile il “can” ed il “can’t”, e, lasciandosi scivolare come una Alice carrolliana sull’apostrofo, il Kant ed il Kantor, dove improvvisare gli ultimi numeri di varietà, prima che venga il finale di partita. La speranza sembra essere soltanto quella di un viaggio interstellare per colonizzare un nuovo pianeta, ma pare che il conflitto di classe non risparmi neanche l’astronave capitalista, che si prende beffe di due creature che danzano ancora, ostinatamente, la loro pantomima di guerra intorno al totem marxiano. Non resta che accendere un teatrale cero(netti) a qualche santo a sud di se stesso. Sono due Pierrot Lunaire, due Orlandi furiosi che hanno perso volontariamente il loro senno sulla Luna, e non hanno alcuna intenzione di trovarlo. I loro fonemi sono grotteschi e strazianti quanto il verso dell’aragosta gettata nell’acqua bollente, sono immediati ed indeterminati, verità di per sé evidenti come quelle della dichiarazione di indipendenza americana, sono il sapore dell’esistenza, amaro e dolcetto, meglio se d’Alba.

Sono due fools shakespeariani, in cerca di una tragedia da contaminare, e se non la trovano se la inventano, o meglio mettono in scena la propria. Vivisezionati nell’anima da tagli di luce sottili, fantascientifici, intossicati da una nebbia tagliata male dallo smog, cercano, in un zibaldone di milanesità, i canovacci ed i lazzi per costruire una loro personalissima tragicommedia dell’arte, che diventa la loro cifra distintiva, il parto di un mondo teatrale che avviene rigorosamente davanti agli occhi della platea, mostrandone senza sconti il travaglio e gli umori naturali. Sono una musica di una chitarra leggermente scordata, e pizzicata da un suonatore alticcio, il quale lascia deliberatamente che le melodie deraglino,che sfuggano alle loro orbite, in barba all’astronave dei “sciuri”. Astorri, che sempre più è sovrapponibile al dagherrotipo di Balzac, ha nella gola tutta la comedie humaine, e rovescia sugli spettatori fonemi bollenti, ad alto tasso di dionisicità. Fa della sua voce un regno, un girone infernale in cui le stelle da riuscire a rivedere sono una nostalgia che affratella palcoscenico e platea. Acconciato come uno spaventapasseri, cerca di mercanteggiare col destino, e di puntare qualche pugno testoriano verso il cielo, mentre una fila di sterpi secche, sono quanto rimane della nemica foresta di Birnam, non si sa se du hura o de hota.
La Tintinelli si stacca da un quadto di Schiele per mostrare una corporeità che si fa essenziale, ideale, nella pittorica carestia della carne prendono vita due occhi grandi, che giganteggiano eternamente stupiti, come quelli dei dipinti di Margaret Keane. La sua vocalità, arricchita da una gettata di catrame fumante, ancora caldo, è una serie di implacabile di pugni, di uno-due verso la platea ed insieme verso il “destin baloss”, è il cri, insieme de guerre e joie, che sussulta, risuona come la pelle di un tamburo. A vederli in scena sembrano l’essenza stessa del comico (ed insieme tragico), il clown bianco e l’augusto, l’incontro riuscito di due fisicità opposte che si raccontano vicendevolmente i dolori ed i mali, con un naso clownesco, perché si può, e si deve far ridere anche quando mancano pochi istanti alla disfatta totale, lo sfottò deve essere l’ultima arma, la più efficace da sventolare in faccia a lor signori, ed alle divinità epicuree in panciolle sulla sdraio di qualche assolato intermundia. C’è qualcosa di espressionista nella loro arte scenica, in due riescono ad esprimere la variegata e cromaticamente carica pletora dei personaggi del quadro di Ensor “L’entrata di Cristo a Bruxelles”.

Il loro Brecht incontra le periferie di Testori, si abbandona alla musica di una famosa osteria, dove tra il canto, ed il grido, l’imprecazione esistenziale c’è giusto lo spazio di un mezzo litro. Il loro gesto epico, è il gesto di un sociale dis-agiato che si siede pervicacemente dalla parte di un presunto torto contorto. Ed eccola lì, come un assioma di geometria, da cui derivare una serqua di teoremi, l’aforisma brechtiano che li muove, “prima viene la pancia poi la morale”, ma la pancia ha un etica che l’etica non conosce, sta lì, a pochi passi dal cuore. e fatalmente il suo spettacolo d’arte varia di un innamorato degli spettatori, cagiona un diluvio di applausi, meritatissimi.