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ALLA LOCANDA DEL BALENIERE

tratto dal MOBY DICK di Herman Melville

con A. Astorri e P. Tintinelli

 
Mille cuori pulsanti abitano questo romanzo a seconda dell’età in cui lo si scopre.

Da piccoli, la storia del capitano Achab, della cima aggrovigliata che lo trascinerà nell’abisso,

la storia della balena bianca che viene dalle profondità del mare rimane impressa per sempre.
Ma il Moby Dick di Melville è anche una sorta di libro sacro, da consultare come una specie di oracolo

e segretamente si ispira alla Bibbia di cui ne porta continuamente i rimandi.

E’ l’avventura del mare come sfida a provare se stessi.

Profezia e malinconia, le due chiavi d questo romanzo iniziatico e formativo sono state le chiavi anche della nostra lettura.

Nella nostra locanda Marino Tempesta detto Peppo uno dei due personaggi

scendendo nel profondo del leviatano evocato si spera trovi la propria vocazione.

L’oste della locanda è Ismaele. E’ lui  che convive con i resti di questo naufragio.

Marino è capitato per caso in questo strano ristoro fatto tutto di legno

che ricorda anche la stiva di una nave,  si doveva imbarcare sulla Love Boat, una nave da crociera e non ha mai visto il mare.

Nasce quindi il confronto di un uomo più giovane con un uomo più anziano,

il problema dell’esperienza e della memoria e della trasmissione di questo sapere.

Il giovane viene iniziato dal vecchio oste attraverso la storia del Pequod, del Capitano Achab ma anche attraverso lezioni sulla cetologia.

La locanda del baleniere Ismaele diventa come un amplificatore che agisce sulla mente di Marino sulla sua immaginazione,

la storia esce dalle parole del corpo dell’oste per diventare, attraverso il racconto e una serie di visioni sonore,

un luogo sommerso e salvato perché abitato dall’unico sopravvissuto.

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