da Dramma.it 2014

Con tanto amore, Mario

Scritto da Angela Villa   

Mi sono ripromessa di narrare in poche righe mondi sconosciuti: piccoli teatri, delle piccole cittadine, ai confini della grande città. Teatri che non ricevono finanziamenti, che vivono della generosità del pubblico e soprattutto della sua volontà di uscire di casa. TEATRO la BOTTEGA di ITINERARIA a Cologno Monzese periferia Nord Est di Milano. Si entra in una piccola saletta dove c’è la cassa, Marta Galli, direttrice della produzione ARTE VOX, ti accoglie con un sorriso luminoso sembra di entrare in un appartamento e in effetti in un angolo a destra troneggiano due cassettoni inizio Novecento, orgogliosi della loro storia. Poi arriva Fabrizio De Giovanni, (dal 2005 a oggi ha collaborato a tutte le nuove produzioni di Dario Fo sui Maestri del Rinascimento e alla nuova edizione del “Mistero Buffo” che ha girato l’Italia nella stagione 2011/2012.E’ tra i fondatori della Compagnia teatrale ITINERARIA con la quale ha preso parte, dal 1994, a tutti gli spettacoli prodotti. Autore di testi di teatro civile) si ferma a chiacchierare per un po’ e torna dentro: deve finire di preparare il sugo... Sì, perché dopo lo spettacolo ci si può fermare a mangiare, si incontrano gli artisti, fra un piatto di pasta e un buon bicchiere di vino. Tutto compreso nel prezzo, direbbe qualcuno. Nella piccola sala teatro mentre aspetti che inizi lo spettacolo, puoi leggere qualche pagina, sugli scaffali libri usati, manuali di letteratura, saggi, romanzi, opere di teatro. Poi la luce si spegne e arrivano gli artisti. Questa sera tocca alla Compagnia AstorriTintinelli il loro manifesto artistico recita “Siamo refrattari, ribelli, sopravvissuti in arte di divinazione, siamo quelli che si sono sottratti a tenere il passo. Siamo pezzi d’iceberg che si sono staccati e galleggiano nelle acque nere della notte. Ce ne andiamo in silenzio tra ultime cene, souvenir, intervalli ricreativi e blues della solitudine. Sogniamo amori portentosi e universi fantastici, ma diamo vita al nostro concerto di inferni.” Promesse ben mantenute nel monologo in scena. Lo spettacolo è un assolo per corpo, gesti, sguardi, e oggetti. La drammaturgia è negli occhi di Paola Tintinelli, nelle espressioni del viso, nell’impianto scenico che si prospetta come un’allegoria della vita, spazi e tempi differenti sono rappresentati come se fossero usciti da un fumetto, emerge un universo fantastico e immaginario, espressione del mondo interiore del protagonista. Nessuno parla ma i silenzi sono carichi di significato. Paola racconta la storia di uno qualunque, Mario, un piccolo uomo, i suoi sacrifici, il suo lavoro, i suoi desideri, il suo funerale. Un non luogo anima la scena, potrebbe essere una strada, una casa un ufficio, la vita di Mario scorre nella sua agghiacciante monotonia, la vita gli ha regalato poco, ma in lui c’è tanto, un’anima tenera, c’è desiderio di amore, c’è la semplicità dei vinti. Inserti musicali diffusi da giradischi gracchianti e tracce audio che alludono ad altre voci, dialogano con l’artista in scena, nel finale un omaggio a Enzo Jannacci. Paola Tintinelli con effetti di sorpresa e straniamenti carichi di intensità, si ispira al teatro circo, al mimo, a figure del cinema muto, tuttavia in certe espressioni in certi movimenti fa venire in mente il nostro Calimero, piccolino tutto nero, ma carico di umanità.

Cologno Monzese, TEATRO la BOTTEGA di ITINERARIA

21 Febbraio 2014

da SaltinAria 2015


Con tanto amore, Mario


Scritto da  Caterina Paolinelli

La compagnia AstorriTintinelli ripropone all’interno del Festival Città Balena presso il Teatro i di Milano, il suo spettacolo cult "Con tanto amore, Mario", suggestivo e ricco di poesia, che vede in scena solo una dei due componenti del gruppo: Paola Tintinelli.

La storia è quella del dolcissimo Mario (Paola vestita da uomo) che arriva in questo mondo, che è la scena, descritto con pochi e precisi elementi. C’è un armadietto di ferro che racchiude tutto quello che serviva a Mario quando faceva il postino: il sacco delle lettere, un manubrio di bicicletta, un tavolo, una sedia, lettere, un timbro postale. C’è uno zerbino verde, una buca per le lettere e al centro della scena, sul fondo, un palo con appesi un altoparlante e uno specchio stradale. E così Mario inizia piano piano a costruirsi il suo mondo.

Come un Piccolo Principe ormai invecchiato sul suo asteroide B612, anche Mario ha tutto quello che gli serve lì, fatto su misura per lui: gelati in miniatura per l’estate e panettoni mignon per festeggiare il Natale. La storia si sviluppa tutta nel silenzio, cioè Mario non parla, ma si racconta e segue il filo degli eventi attraverso la musica di un grammofono gracchiante e di dischi rigati e monotoni e le incursioni spesso ciniche e violente dell’altoparlante che descrive il mondo e gli esseri umani come un luogo dove il pessimismo, la malinconia e una strana malattia che contagia tutti, rendono ogni essere umano sempre più misero e abbrutito.

Alla fine si sospira e ci si chiede: perché mai siamo a questo mondo? Per soffrire, accoppiarsi e poi morire? E’ questo che vuole dirci la parabola di Mario che alla fine trasforma il suo armadietto porta ricordi nella sua bara? E la sola cosa che ci resta sono i ricordi di un tempo che fu, ma che non ci è mai realmente appartenuto? Sembra essere questa la sintesi racchiusa nel piccolo quadretto, lasciato lì a giacere, con su scritto: “Qui c’era il mare”.

Detta così la questione sembra triste e amara, eppure non è quello che ci resta alla fine dello spettacolo. Tanta dolcezza, il senso di aver accresciuto la dimensione poetica della nostra vita, la voglia di andare a parlare con Paola, detta “la Tinti”, per sapere da dove nasca questo ometto un po’ buffo, il suo Mario. Ovviamente il collegamento immediato è Mario, il postino del celebre film di e con Massimo Troisi, ma poi l’attrice racconta che prima di mollare la sua vita “normale” per il teatro, faceva la postina e che una sera d’estate era al cinema all’aperto e davano “Il postino”; alla fine del film si ritrovò commossa e seduta vicino a una delle persone alle quali portava la posta ogni giorno, non si conoscevano a parte il momento della consegna delle lettere, eppure in quella circostanza, dice Paola, sentimmo la voglia di abbracciarci.

E allora viene da chiedersi se il messaggio di Mario (nome comune di un uomo comune) non sia proprio quello di risvegliare questa dimensione poetica che vive, sopita, purtroppo a volte anche per una vita intera, dentro ognuno di noi e che desidera disperatamente di essere chiamata a dire la sua.


Milano, Teatro i, 15 Luglio 2015


VIDEO

RECENSONI

PROMO

Con tanto amore, Mario.
di e conPaola Tintinelli

Mario è un nome comune per un uomo comune,
Mario è un ex postino che vive il momento finale della vita

o forse dà fine ad una “vita” per ricominciarne un'altra nuova.

E’ uno spettacolo muto e in bianco e nero.

Il titolo richiama una canzone di Mario Abbate utilizzata nello spettacolo

insieme a canzoni di Enzo Jannacci, di cui  amo la poesia,

e una radio che trasmette  previsioni del tempo.

Non lo definirei spettacolo...è come un block notes,
sono annotazioni, di problemi brucianti, di idee, scoperte, invenzioni,

progetti, concezioni, partiture, materiali, attività parallele…
…lettere, giornali, calendari, indirizzi date, mappe di viaggio, incontri…
…niente...

La storia è “una” storia, mille storie, la mia storia.

Il luogo è una stanza, un angolo di una strada, un armadietto…l’anticamera della morte.

Sei pronto?
Mai
Lì con mille oggetti…Non servono a nulla
…e neanch’io...

Sono oggetti
…e anche io...

Poi c’è l’uomo… un corpo umano… un fragile e poetico imballaggio
dello scheletro della morte e della speranza di durare fino al giudizio universale…
….non pronuncia una parola muto e vuoto come una tomba,
rende pubblico ciò che nella vita dell’individuo c’è di più segreto
che contiene in sé un valore supremo
che al mondo può apparire ridicolo, piccolo, una miseria.

L’arte trae quella miseria alla luce del giorno.
…che cresca e governi !

 Lo speettacolo è stato fatto in piccoli teatri tra Toscana, Emilia e Campania,all’università occupata di Bologna, in un garage a Sesto, in una osteria di Roma, in una cascina a Stradella, durante un Aperilive a Milano,  per strada…..
La mia gratitudine e riconoscenza vanno a Giulietta Masina e Fellini per La strada e I Clowns, a De Sica per Miracolo a Milano e Il Giudizio universale,  a Totò, Buster Keaton e Charlie Chaplin per essere esistiti, a S. Beckett ,  a T. Kantor pittore e uomo di teatro. ai miei ex colleghi postini che resistono a 40 anni di marciapiede.

SCHEDA TECNICA

da Histryo 2/2016


Con tanto amore, Mario

Il silenzio pieni di voci di Paola Tintinelli

 «Ogni suono e ogni cosa hanno il proprio silenzio, come sulle alture a mezzogiorno c’è un silenzio dei galli, un silenzio dell’accetta, un silenzio dei grilli»: nelle note flâneur di Walter Benjamin echeggiano i proteiformi silenzi pieni di voci di questo minuscolo, prezioso allestimento, nel quale un’attrice esile e potente evoca per surreali frammenti la giornata-vita di un ex postino. Con tanto amore, Mario è costituito dalla giustapposizione paratattica di azioni propriamente elementari: sollevare, spostare, spingere, ascoltare, giocare, mangiare, guardare, gettare, raccogliere, stare. Una serie di gesti feriali ed evanescenti che, grazie alla precisione e alla densità di questa artista minuta e possente, assumono la forza dell’oggettività, finanche dell’universalità: nella sperduta espressività del personaggio incarnato da Paola Tintinelli risuonano un essere soli al mondo e un senso di orfananza che rendono chi guarda l’unico e il primo spettatore. Scevra da ogni deriva sbrigativamente nichilista, una figura muta e malinconica in pantaloni da uomo, camicia chiara, bretelle e cravatta allestisce e abita con mal dissimulata goffaggine una scena-casa-ufficio, incarnando e rilanciando la dialettica fra diverse polarità: maschile e femminile (come non pensare all’androgina Claude Cahun), costruzione e distruzione, ordine e disordine, ilarità e mestizia. Con esibita noncuranza, lo spettacolo propone una destrutturazione “dall’interno” della forma-dramma: nell’apparente rispetto dei suoi statuti (plot, personaggio, set, …), passa «dal dramma-della-vita al dramma-nella-vita». Con tanto amore, Mario non presenta, infatti, grandi azioni organiche, giornate fatali o vicende memorabili, ma una desolata condizione che copre l’intera esistenza. A sigillo della vicenda umana di questo anonimo protagonista “senza qualità” è esposta per intero, a mo’ di didascalia, l’omonima canzone di Enzo Jannacci: «Mario, non ti resta che l’amore. Mario, non ti resta che ascoltare». Chapeau.

 

Michele Pascarella